Il digitale per l’uomo e non il contrario

Il digitale è davvero sempre sinonimo di progresso? Tra piattaforme incomprensibili, burocrazia mascherata e raccolta opaca dei dati, una riflessione critica su quando la tecnologia migliora la vita e quando, invece, la complica.

Il digitale per l’uomo e non il contrario

Buon digitale e cattivo digitale: quando la tecnologia serve le persone e quando diventa uno strumento di esclusione

Quanta acqua è passata da quella mattina del 2010 in cui, in un vagone affollato della metro di Torino, mentre mi recavo al lavoro, guardavo incuriosito le notizie sul primo modello di smartphone che aveva preso il posto del vendutissimo Nokia, leader di mercato da diversi anni.

Nel giro di pochi anni è arrivata l’imprescindibile messaggistica whatsapp, di qualche anno prima sono l’ingresso nelle nostre vite dei motori di ricerca (Google su tutti) e dei social (prima Facebook e ora ce n’è per tutti i gusti).

E che dire dei navigatori satellitari inseriti nel cruscotto delle nostre auto, persino delle utilitarie?!

Tutto questo per significare, con esempi elementari, l’irruzione nella vita di tutto il pianeta Terra del digitale.

Mentre dotti studiosi stanno analizzando in tutti i campi le conseguenze di questa epocale novità, in questo breve articolo cerco di mettere alla vostra attenzione un aspetto che sempre più sollecita la nostra coscienza.

Questo aspetto è condensabile in un interrogativo: in questo momento storico, e nel nostro Paese, possiamo dire che le applicazioni del digitale in cui  ci imbattiamo  nella vita quotidiana, sono tutte e sempre abbinabili ad un miglioramento della nostra vita?

Avrete notato che la domanda malcela l’intento  critico.

E difatti non occorre andare troppo in profondità  per trovare la risposta all’interrogativo. Se siamo d’accordo con il fatto che il digitale rappresenta una incredibile opportunità di cambiamento e progresso delle nostre vite, perché di cambiamento in meglio trattasi occorre interrogarci sempre sugli effetti e i vantaggi (o addirittura svantaggi) che ci  procura.

I boomer cinquantenni come me fanno in fretta a confrontare vantaggi e svantaggi con l’epoca immediatamente antecedente l’avvento del digitale. Ma chi è nativo digitale rischia di smarrire questa dimensione e di non cogliere l’esito dei confronti.

Non voglio però deragliare dal binario che intendo seguire: non ho in mente di tediarvi con un elenco di situazioni più o meno discutibili per arrivare a rimpiangere i tempi andati.

Personalmente sono giunto alla conclusione che il digitale offre molti vantaggi rispetto a qualche tempo fa. Nondimeno resto sempre più  convinto che i vantaggi siano tali quando siano davvero riconoscibili ex post, dopo averli concretamente sperimentati. Altrimenti c’è qualche riflessione da fare e ci sono cose da rivedere.

Scendiamo nel dettaglio e proviamo a isolare una formula: i vantaggi  del  digitale si possono dire tali quando, se ieri facevo bene una cosa in 10 minuti, oggi grazie al digitale (recte, grazie al suo impatto sul processo che mi porta al risultato) la stessa cosa riesco a farla meglio in 9 minuti.

Quindi, a  mio avviso, la velocità e il perfezionamento del risultato, sono due indici indiscutibili al cospetto dei quali ogni detrattore del digitale deve inchinarsi.

Aggiungerei un altro indice essenziale, assorbendolo nella velocità: la facilità  di comprensione del processo e di esecuzione del medesimo.

I più intuitivi avranno certo compreso dove voglio andare a parare: separare il  buon digitale dal cattivo digitale.

Concetto di buon digitale: piattaforma web comprensibile da tutti e non solo dal programmatore software, corredata di informazioni chiare, intellegibili anche ai meno dotati o comunque inesperti, azionabilità delle procedure non cervellotica, non ansiogena e di conseguenza: facile e rapida.

Questo è il buon digitale, che mi fa accettare  di buon grado il passaggio alla nuova era.

 Laddove invece tutto  ciò non avviene abbiamo un problema grosso come la dimensione nuova e pericolosa che rischia di affermarsi se non si dà il dovuto spazio a tali riflessioni e caveat.

Se l’accesso ad un servizio assistenziale, previdenziale, sanitario, bancario è stato partorito dal Burocrate intento a spendere le risorse assegnategli per il  digitale, animato dal principale obiettivo di non perdere un grammo dei propri privilegi, non veicolare troppa utenza ai suoi uffici così da preservare l’amenità delle proprie giornate coniugandole con l’apparenza del progresso compiuto, abbiamo la spiegazione plastica di molti malfunzionamenti del digitale, di pagine incomprensibili o che scadono in fretta, di appuntamenti che non si riescono a prendere se non a distanza di settimane, di tanti altri effetti che non sono certo benefici per l’utenza.

Accade inoltre che magari lo stesso servizio appare accessibile solo a laureati  in informatica, menti superiori che riescono a districarsi in veri e propri labirinti digitali, partoriti da Softwaristi scesi sul pianeta Terra solo per ammorbarci la  vita coi loro prodotti, del tutto inaccessibili e scaturigine di imprecazioni e giornate passate in 5 davanti ad un computer, in un ufficio pubblico o privato, a cercare di capire come passare alla pagine successiva o che razza di informazioni occorre inserire nel form per superare l’asterisco rosso che segnala errore (senza far capire quale).

Nel primo caso abbiamo un Burocrate, bramino di una Pubblica Amministrazione impunita e protetta, oppure esponente di un’azienda che vuole coniugare l’immagine con la non raggiungibilità da parte di clienti bisognosi di assistenza, animati entrambi dal lucido intento di “fare ammuina digitale” per tenere alla larga il grosso dell’utenza apparentemente risultando in linea con il generale obbligo di comparire sul web.

Nel secondo caso abbiamo un Informatico che vive, rigorosamente da solo, in una stanza dove regna il caos, accuratamente isolato dal mondo reale e beatamente al riparo dal rischio che il Committente gli rimproveri il pessimo prodotto realizzato, assolutamente non fruibile dall’utenza.

Sia come sia, al netto degli esempi sopra tratteggiati che però non sono molto lontani dalle due categorie di responsabili del cattivo digitale (il Committente in malafede e l’Informatico ottuso), ci  troviamo sovente di fronte ad un mostro con due teste.

 La prima testa ha il ghigno beffardo del Committente che si serve del digitale burocratizzato ad arte per aumentare potere e impunità.

 La seconda testa ha l’espressione da nerd alienato di  chi pensa che tutto il mondo riesca a seguirlo nei suoi percorsi tortuosi ed inesplicabili.

 In entrambi i casi l’effetto è quello di un digitale che allontana l’utenza, la schiaccia sotto il peso elevato ad alta potenza di una burocrazia a spirale che si giova di siti malcongegnati.

 I vantaggi per l’utenza non ci  sono: ci sono solo ostacoli da sormontare e porte cui non si riesce  a bussare,  figuriamoci ad aprirle. Ci sono burocrati che passano in beatitudine le loro giornate, grazie al digitale che ostacola e tiene alla larga grossi flussi di utenza. Ci sono  informatici che  vivono su Saturno e sono incoraggiati in questa loro vita parallela rispetto alla realtà delle persone comuni, di cui ignorano accuratamente i disagi che gli procurano con il loro cattivo lavoro, cattivo perché di poca o nessuna utilità  per l’utenza o per il grosso della stessa.

 Poi c’è anche il digitale che è congegnato come una grossa (e invisibile, oppure  visibile solo agli occhi di chi ragiona badando al  sodo) trappola che serve, con il pretesto del percorso cui assoggetta in via esclusiva l’utente, a carpirgli molti dati in più rispetto a quelli necessari. E a servirsi di quei dati, conferitigli acriticamente e gratuitamente, per fare disinvoltamente il proprio profitto, allargandolo ben oltre i confini del  proprio core business.

 A cosa serve, alla banca di dimensioni nazionali, al momento dell’apertura del conto corrente per un minore, chiedergli, oltre al numero di telefono, quale sia il suo operatore telefonico?

 Un interrogativo del genere mostra la strada da percorrere, in tali casi: alzare il ditino e chiedere spiegazioni, forti del fatto che, in un sistema concorrenziale, si può  persino esercitare il diritto di “punire” questo cattivo uso del digitale, andando da un altro fornitore che non fa uso  di tali malizie.

 Tuttavia non basta una reazione del genere. Vi è un assoluto bisogno di reagire al “cattivo digitale” respingendo la tentazione di prestare acquiescenza a simili pratiche, a siti e piattaforme assurde e/o giugulatorie, andando oltre, significando al responsabile che vi sono disagi ove non danni che non si intendono subire, colpendolo nel suo orgoglio reputazionale e impegnando il suo prezioso tempo in un’attività  ormai desueta  nel nostro Paese: rispondere ai reclami ove non addirittura rettificare le cattive condotte denunciate.

 Per far ciò  occorre rafforzare la consapevolezza che, giunti al giorno d’oggi, possiamo accettare un solo digitale:  quello che ci fa progredire davvero, che non ci rende sudditi di un Moloch irraggiungibile sul web, il cui bene o servizio è il premio per aver risolto enigmi al  computer. Il digitale buono è  quello che non abusa del nostro tempo, non mortifica il nostro intelletto, non svuota il portafoglio, non raggira, non svilisce la nostra dignità e non calpesta i minori, gli anziani, i deboli o chiunque non abbia conseguito la laurea in Informatica.

 Il digitale buono è quello al servizio dell’Uomo e non del suo creatore. Laddove si coglie tale corretta funzionalità siamo dinanzi al vero Progresso.

 In tutti gli altri casi c’è bisogno di sistemare le cose. La Società deve prendere coscienza di ciò ed esigere che i suoi diritti  siano resi possibili e non ostacolati dal digitale e le Istituzioni non possono stare a guardare attonite ma devono vigilare e provvedere affinché il “digital divide”, nell’accezione di poter davvero usare la Rete, non prenda forme sempre più aggressive e debordanti.

Gianluca Nargiso