Social media e dipendenza: quando i grandi media fanno il gioco delle big tech

Quando i closing arguments del processo contro Meta venivano letti in aula, il Washington Post pubblicava un editoriale per spiegare che la dipendenza dai social è sopravvalutata. Un copione già visto: dal tabacco alla ludopatia.

Social media e dipendenza: quando i grandi media fanno il gioco delle big tech

Sui grandi quotidiani americani sono apparsi editoriali sulla dipendenza da reti sociali proprio nei giorni in cui, a Los Angeles, si sta celebrando uno dei processi più importanti della storia della responsabilità digitale. Un processo che vede Meta e YouTube sul banco degli imputati, accusati di aver deliberatamente progettato piattaforme capaci di agganciare i minori come macchine erogatrici di dipendenza. Poco prima che le conclusioni delle parti fossero lette in aula il 13 marzo 2026, il Washington Post pubblica — l'8 marzo, a processo ancora aperto — un'opinione dal titolo eloquente: "Your social media 'addiction' is overrated" — la tua dipendenza dai social è sopravvalutata.

Coincidenza? Forse. Ma chi si occupa di tutela dei diritti digitali — e chi conosce la storia delle strategie difensive delle grandi industrie sotto pressione giudiziaria — farebbe bene a non fermarsi alla superficie.

Il processo di Los Angeles: una svolta storica, comunque finisca

Prima di entrare nel merito degli articoli, vale la pena ricordare cosa sta accadendo in California. Il procedimento vede come parte attrice una giovane donna, identificata come Kaley, che ha iniziato a usare Instagram a nove anni — quattro anni prima del limite minimo consentito dalla piattaforma stessa.

La sua storia è quella di milioni di adolescenti: ore e ore trascorse sulle app, filtri di bellezza che hanno contribuito alla dismorfia corporea, episodi di bullismo, persino estorsioni di natura sessuale tramite contatti avviati sulla piattaforma. Secondo l'accusa, nella peggiore giornata documentata, Kaley ha trascorso oltre sedici ore consecutive su Instagram. Lo stesso CEO di Instagram Adam Mosseri, sentito come testimone nel febbraio 2026, ha definito quella cifra "uso problematico".

Questo è il primo di oltre 1.500 procedimenti analoghi che potrebbero arrivare a processo. È facile capire perché le aziende tecnologiche abbiano tutto l'interesse a fare in modo che l'opinione pubblica — tra cui i potenziali giurati — arrivi in aula già convinta che la "dipendenza da social" sia una categoria gonfiata, imprecisa, addirittura dannosa per chi la usa.

L'articolo del Washington Post: un'operazione di framing

L'8 marzo 2026, con le arringhe ormai imminenti, il Washington Post pubblica l'opinione firmata da Ian Anderson, ricercatore post-dottorale al California Institute of Technology, e Wendy Wood, professoressa emerita di psicologia all'Università della California del Sud. L'argomento centrale è questo: la maggior parte degli utenti non è "clinicamente dipendente" dai social, ma ha semplicemente sviluppato delle abitudini. Chiamarla dipendenza — sostengono — sarebbe impreciso e addirittura controproducente, perché genera senso di colpa e senso di impotenza.

L'articolo non è privo di elementi validi. È vero che il termine "dipendenza" ha una definizione clinica precisa, e che non ogni uso eccessivo rientra automaticamente in quella categoria. Ed è anche vero che un approccio eccessivamente medicalizzante può talvolta ostacolare il cambiamento comportamentale. Fin qui nulla di scandaloso.

Il problema è il framing complessivo, e soprattutto il timing. Pubblicare questo pezzo cinque giorni prima della lettura delle conclusioni in aula — mentre Adam Mosseri aveva già testimoniato in febbraio sostenendo, parola per parola, che non è possibile essere "clinicamente dipendenti" da Instagram — non è una coincidenza editoriale neutrale. È un contributo, consapevole o meno, alla tesi difensiva del settore.

Sorge spontaneo il parallelo con altre grandi battaglie giudiziarie del passato.

I precedenti di tabacco, alcol, scommesse

Chiunque abbia studiato la storia delle grandi controversie legali legate alle industrie del vizio conosce bene questo schema. Si chiama "manufactroversy" — controversia artificiale — ed è stata descritta in dettaglio da ricercatori come Naomi Oreskes e Erik Conway nel loro saggio Merchants of doubt (Bloomsbury, 2010). Il meccanismo è sempre lo stesso: quando un settore economico è sotto pressione scientifica o giudiziaria, non nega frontalmente i danni, ma semina dubbi sulla robustezza delle prove, ridefinisce i termini del dibattito, e sposta la responsabilità sull'individuo.

Il tabacco è l'esempio più documentato. Per decenni, le grandi compagnie del settore finanziarono ricerche che mettevano in discussione la correlazione tra fumo e cancro ai polmoni, insistendo sulla necessità di "più studi" e sulla "scelta individuale" del consumatore. I documenti interni, resi pubblici negli anni Novanta grazie ai processi intentati dagli stati americani, dimostravano che le aziende sapevano benissimo della tossicità e della natura dipendogena della nicotina almeno dagli anni Cinquanta (Legacy Tobacco Documents Library, Università della California San Francisco).

L'industria del gioco d'azzardo ha seguito esattamente lo stesso percorso. Quando emersero le prime evidenze scientifiche sul disturbo da gioco patologico — oggi riconosciuto come "Gambling Disorder" — le lobby dei casinò e delle slot machine si difesero con tesi simili a quelle che leggiamo oggi: "la maggior parte dei giocatori gioca in modo responsabile", "classificarlo come dipendenza è una stigmatizzazione", "la responsabilità è dell'individuo". Decenni dopo, sappiamo che le macchine da gioco erano deliberatamente progettate — tempi di risposta, suoni, ricompense intermittenti — per massimizzare il tempo di permanenza davanti agli schermi. Quella progettazione è stata documentata da Natasha Dow Schüll nel suo Addiction by design (Princeton University Press, 2012).

L'alcol offre un terzo parallelo. L'industria alcoliera ha storicamente finanziato campagne incentrate sul concetto di "bere responsabile", spostando il bersaglio dal prodotto al consumatore. Ricerche pubblicate su Public Health Nutrition (2017) hanno mostrato come molti programmi di "educazione al consumo responsabile" fossero di fatto finanziati dalle stesse aziende produttrici, con l'obiettivo non dichiarato di prevenire una regolamentazione più severa.

Il filo che unisce questi casi è sempre lo stesso: ridefinire il problema come questione di scelta individuale, non di progettazione del prodotto. Ed è esattamente quello che fa l'articolo del Washington Post.

La libertà individuale come scudo

C'è un elemento che accomuna tutte queste strategie difensive e che va nominato esplicitamente: il ricorso sistematico alla responsabilità individuale come argomento finale. Disattivare le notifiche. Mettere il telefono in una borsa con la cerniera. Portare un libro sul treno. Questi sono i consigli che Anderson e Wood offrono ai lettori del Washington Post come alternativa alla regolamentazione delle piattaforme.

Questo approccio non è politicamente neutro. È la traduzione pratica di un modello culturale e giuridico ben preciso, quello che antepone la libertà formale — il diritto astratto di scegliere — alla libertà sostanziale, ovvero la capacità reale di esercitare quella scelta in condizioni di parità. Un sistema che dice all'utente "sei libero di non usare Instagram" mentre ignora deliberatamente che quella piattaforma è stata progettata da centinaia di ingegneri e psicologi comportamentali per rendere quella scelta il più difficile possibile, non sta difendendo la libertà: sta proteggendo il potere.

È utile qui richiamare l'analisi che l'economista greco Yanis Varoufakis ha sviluppato nel suo Tecnofeudalesimo (La nave di Teseo, 2024). Varoufakis sostiene che le grandi piattaforme digitali non operano secondo la logica del capitalismo tradizionale — basata sulla concorrenza e sul profitto generato dalla produzione — ma secondo una logica feudale: esse non vendono prodotti, estraggono rendita dal controllo di territori digitali su cui gli utenti vivono, lavorano e interagiscono. In questo schema, l'utente non è un consumatore libero: è un servo della gleba che cede dati, attenzione e comportamenti in cambio del diritto di accedere a spazi che non possiede e che non controlla. Evocare la sua "libertà di scelta" in questo contesto è quanto di più ardito si possa fare.

È lo stesso meccanismo che per decenni ha permesso alle industrie del tabacco e dell'alcol di schivare la regolamentazione: il consumatore è libero di non fumare, di non bere, di non giocare. Se lo fa, è una sua scelta. Questa narrativa scarica sui soggetti più vulnerabili — i minori, gli utenti con fragilità psicologiche preesistenti — il costo di una progettazione commerciale che risponde esclusivamente alla logica dell'estrazione di valore. Nel tecnofeudalesimo delle piattaforme, quel valore corrisponde anche al tempo di permanenza, misurate in ore di scroll senza limiti.

"Non sei dipendente, hai solo un'abitudine"

Torniamo al pezzo di Anderson e Wood. Il cuore dell'argomentazione è la distinzione tra dipendenza e abitudine. Le abitudini, a differenza delle dipendenze, possono essere gestite individualmente con piccoli accorgimenti comportamentali: grayscale sullo schermo, notifiche disattivate, telefono in borsa. Nessuna terapia necessaria. Nessuna responsabilità esterna.

Confrontate questa narrativa con le parole di Mosseri in aula, riportate dalla CNN il 12 febbraio 2026: Instagram non crea dipendenza clinica, al massimo "uso problematico", che è "relativo" e varia da persona a persona. Stessa struttura argomentativa, stessa conclusione operativa: il problema, se esiste, è individuale e gestibile.

Non si tratta di affermare l'esistenza di una regia occulta tra il CEO di Meta e due ricercatori universitari. Si nota ttuavia che che certi quadri interpretativi, una volta introdotti nel discorso pubblico, vengono amplificati in modo selettivo da media che — non va dimenticato — dipendono in misura crescente dalla pubblicità delle piattaforme digitali che si trovano a "commentare". Il Washington Post, come quasi tutti i grandi quotidiani americani, ha un rapporto economico strutturale con l'ecosistema della pubblicità digitale dominato proprio da Meta e Google.

Il documento "Project Myst" e il problema della conoscenza interna

Uno degli elementi più inquietanti emersi nel processo di Los Angeles — e quasi ignorato dal dibattito mainstream — è l'esistenza di uno studio interno di Meta chiamato "Project Myst". Secondo quanto riferito dall'avvocato di parte attrice in apertura, lo studio avrebbe rilevato che i minori che avevano già subito "effetti avversi" erano quelli più esposti al rischio di sviluppare uso compulsivo della piattaforma. Lo studio avrebbe anche concluso che i genitori erano sostanzialmente impotenti nel prevenire questo esito.

Questo ricorda da vicino un altro momento storico: i documenti interni della R.J. Reynolds e della Philip Morris, in cui si discuteva apertamente del cosiddetto "replacement smoker" — il fumatore di ricambio, ovvero il giovane che avrebbe sostituito il fumatore anziano via via che moriva. Anche lì, la strategia era stata documentata internamente mentre pubblicamente si negava ogni intenzionalità.

Non sappiamo ancora quale peso avrà avuto il "Project Myst" nella valutazione della giuria. Ma sappiamo che esiste. E sappiamo che Mosseri, interrogato sul punto, ha dichiarato di non ricordarne il contenuto specifico pur riconoscendo il documento.

Cosa significa tutto questo per i diritti digitali

L'andamento del processo e la divulgazione delle tesi difensive delle multinazionali sui maggiori organi di informazione posso essere valutate sotto diversi aspetti.

Il primo è il livello della prova processuale. Non si tratta di negare che la distinzione tra abitudine e dipendenza abbia un valore clinico. Si tratta di chiedersi a chi serve quella distinzione quando viene amplificata su un quotidiano di portata nazionale proprio nella settimana in cui si concludono le arringhe di un processo storico.

Il secondo è il livello della responsabilità editoriale. I grandi media americani — quelli che ancora godono di una reputazione di autorevolezza — hanno il dovere di essere trasparenti sui conflitti di interesse, anche indiretti. Pubblicare un'opinione che sostanzialmente smonta le basi teoriche di un processo in corso, senza nemmeno menzionarlo, è una scelta editoriale che merita di essere discussa apertamente.

Il terzo è il livello della tutela dei minori. Che si chiami dipendenza o uso problematico, la realtà di una bambina di nove anni che arriva a trascorrere sedici ore in una singola giornata su una piattaforma — progettata con scroll infinito, ricompense intermittenti, filtri che alterano la percezione del proprio corpo — non può risolversi togliendo i colori dallo schermo.

La storia ci ha insegnato che quando le grandi industrie sono sotto pressione, il primo fronte su cui si battono è quello del linguaggio. Chi controlla i termini del dibattito, controlla il dibattito stesso. Oggi quel dibattito si chiama "abitudine contro dipendenza". Ieri si chiamava "correlazione contro causalità". Il copione è lo stesso. Cambia solo il prodotto sul banco degli imputati.

Daniele Beneventi

Read more